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05/10/2018, 10:50



Intervista-al-Prof.-Giulio-Sapelli
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 Riproponiamo un’interessante intervista, pubblicata dalla nostra consorella Confartigianato Varese, al Prof. Giulio Sapelli, noto economista di fama internazionale, professore ordinario di Storia Economica presso l’Università degli Studi di Milano.



Riproponiamo un’interessante intervista, pubblicata dallanostra consorella Confartigianato Varese, al Prof. Giulio Sapelli, notoeconomista di fama internazionale, professore ordinario di Storia Economicapresso l’Università degli Studi di Milano.

Giulio Sapelli è stato nostro ospite il 6 giugno 2013durante la cerimonia di premiazione delle Borse di Studio. In quell’occasioneil professore ci regalò un bellissimo momento di riflessione sulla cultura dellavoro. Gia allora Sapelli sottolineò come “il lavoro è dare un senso a ciò chesi fa”. «Come ha detto Papa Benedetto XVI – disse - viviamo in un tempo dinichilismo, nel quale abbiamo separato la funzione dal senso. Il lavoro è ilsignificato che noi diamo ad esso e non ciò che la società gli conferisce.Pensarla così è come dare alla vita e al lavoro un senso, una strutturaprofonda, spirituale».

A distanza di 5 anni molte cose sono cambiate. Una fraqueste è l’avvento del welfare aziendale. Leggiamo cosa ne pensa il luminare...

 

«Ilwelfare aziendale? Chiamatelo con il suo nome. L’unico vero che vedo incircolazione è quello delle piccole imprese». Parole delprofessor GiulioSapelli, ordinario di economia politica all’Università degli Studi di Milano estorico docente di storia dell’economia (nonché aspirantepremier per un giorno del governo Lega-5Stelle prima della designazione diGiuseppe Conte), a poche settimane dall’inserimento di “Ivrea Città Industrialedel XX Secolo”, la Ivrea di Adriano Olivetti, nella lista del patrimoniomondiale dell’Unesco. «Un riconoscimento amaro perché arriva un po’ tardi» hacommentato su “Vita” lo stesso professore che alla Olivetti ci ha lavorato eche è un “olivettiano” di ferro. «Ma è anche un segnale e speriamo che serva afar nascere una nuova generazione di manager».


ProfessorSapelli, oggi si parla sempre più diffusamente di welfare aziendale. Stannotornando i tempi di Ivrea e di Olivetti?
Ma perché quel modello lo conoscono davvero in pochi. AdrianoOlivetti era un ebreo convertito al cattolicesimo, aveva un’ispirazionereligiosa in quello che faceva. Ma anche quello della Fiat di VittorioValletta, seppur meno raffinato, era un modello di welfare. La cosa essenzialedi quei modelli è che il welfare era completamente gratuito. Olivetti a Ivrea,così come cento anni prima l’imprenditore Crespi di Crespi d’Adda: mettevano adisposizione degli operai le case, il medico, le scuole per i bambini. Ricordoda ragazzo ad Ivrea che ci facevano fare la pulizia dei denti. La mutua e leassicurazioni sanitarie erano garantite dall’impresa.


Altrastoria?
Oggi non si ha più idea di quello che era quel modello diwelfare: l’unico ancora esistente, simile a quelli dell’Italia degli anni‘50-’70 – poi spazzati via dalla disgraziata riforma Donat Cattin che hasmantellato le mutue, e fu disgraziata per i lavoratori – è quello deisindacati americani, che si gestiscono autonomamente le mutue.


Maquesta riscoperta non è un fatto positivo?
Sì, oggi viene riscoperto, ma a me fa un po’ ridere. Separagoniamo le mamme che pagano la retta dell’asilo nido creato dall’azienda almodello di Ivrea abbiamo proprio sbagliato indirizzo. Un tempo non eraconcepibile che un operaio pagasse alcuno dei servizi di welfare fornitidall’azienda. Occorre fare un po’ la tara all’odierno concetto di welfareaziendale. Nelle grandi aziende non è welfare, sono agevolazioni per idipendenti, che non hanno nulla a che fare con Olivetti né con Valletta.


Comemai è stato accantonato quel modo di fare impresa?
È cambiata la cultura. La controrivoluzione neoliberista hasconfitto l’idea di impresa come comunità. Le uniche imprese che ancora sonodelle comunità sono quelle artigiane. Dove gli imprenditori si fanno caricodelle esigenze dei loro collaboratori, non li licenziano nemmeno nei momenti dicrisi e di scarsità di lavoro, stringendo la cinghia e piuttosto vendendol’automobile.


Ènelle piccole e medie imprese che rivede la “fiamma” di Olivetti?
Quella fiamma si sta riaccendendo. Vedo che, mentre nellegrandi aziende queste idee sono sempre meno tenute in considerazione, nellepiccole e medie imprese si trattano gli operai come faceva Olivetti. Tantifanno opere, costruiscono scuole, danno servizi e mettono in piedi welfareaziendale vero.


Gliincentivi al welfare aziendale possono essere una strada?
Ma se metti l’incentivo, è welfare assistito. L’unico modo perfare bene il welfare è che l’impresa ci guadagni. All’imprenditore convieneoffrire dei servizi perché ottiene in cambio un aumento della produttività.Funziona se è una scelta volontaria dell’imprenditore di dare servizi gratuiti.Altrimenti non è welfare, perché il welfare assistenziale universale è già diper sé gratuito. Se si tratta di servizi a prezzo scontato, sicuramente hannoun loro valore importante, ma i sindacati non lo chiamino welfare.


Lecittà industriali, come Ivrea, venivano “disegnate” ad immagine e somiglianzadelle fabbriche. Si può immaginare che in futuro il welfare aziendale – oggi adesempio si parla di trasformare i bonus per la produttività in servizi ditrasporto – torni ad accompagnare la pianificazione delle città?
Dietro alla “corporation town” di una volta c’era un piano.Quando la Fiat fece Mirafiori, si mise al tavolo con il Comune per fare unpiano per i 40mila operai che, su tre turni, si sarebbero riversati in quelquartiere. Poi nel ‘62 bloccarono la riforma urbanistica del ministroFiorentino Sullo, che voleva imporre alle città una pianificazione vincolata inaccordo con le aziende, così ci siamo ritrovati con certe follie come Scampia aNapoli e altri obbrobri che ci sono anche nella periferia di Milano. Nellepiccole città la pianificazione ha funzionato meglio. Ma costruire le cittàsulle richieste e sulle esigenze del lavoro, a partire da una viabilitàscorrevole, sono cose che insegnava già Lecorbusier. Oggi purtroppol’urbanistica è diventata sociologia e non più pianificazione urbana.

 

 



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